Psicologia e Psicoterapia dell'Adulto · Risorse
Ansia o attacco di panico? Distinguere i sintomi per imparare a gestire la tempesta emotiva
Al Centro della Psicologia · Modena · 7 minuti di lettura
«Pensavo fosse un infarto.» È la frase con cui molte persone raccontano il primo attacco di panico, spesso dopo un passaggio al pronto soccorso con esami perfetti. Capire che cosa è successo — e in che cosa è diverso dall'ansia che conosciamo tutti — è il primo passo per non esserne più in balia.
L'ansia: un'emozione con un lavoro da fare
L'ansia in sé non è una malattia: è un sistema di anticipazione del pericolo che ci prepara ad affrontare ciò che potrebbe accadere. Sale gradualmente, ha quasi sempre un oggetto — l'esame, la visita medica, la scadenza, quella conversazione — e oscilla nel tempo. Diventa un problema quando è sproporzionata, costante, quando occupa la mente con preoccupazioni a catena e il corpo con tensione, insonnia e stanchezza. Ma anche nelle forme più intense, l'ansia generalizzata resta un'onda: cresce, si mantiene, cala.
L'attacco di panico: l'allarme che scatta tutto insieme
L'attacco di panico è un evento diverso: un'ondata improvvisa di paura intensissima che raggiunge il picco in pochi minuti, spesso a ciel sereno — al supermercato, in auto, persino nel sonno. Il corpo entra in emergenza totale: cuore che martella, fiato corto, vertigini, tremori, formicolii, sensazione di irrealtà o di essere staccati da sé, e quasi sempre un pensiero catastrofico: sto morendo, sto impazzendo, sto perdendo il controllo. In 10–20 minuti, di norma, l'ondata si esaurisce — lasciando spossatezza e una paura nuova: la paura che ritorni. È proprio questa «paura della paura», con l'evitamento dei luoghi e delle situazioni associate, a trasformare episodi isolati in un disturbo che restringe la vita.
Cosa fare durante — e soprattutto dopo
Durante l'attacco, l'obiettivo non è fermarlo con la forza di volontà (non funziona) ma non alimentarlo: allungare l'espirazione — è la parte del respiro che attiva il freno vagale —, appoggiare l'attenzione su qualcosa di concreto e ricordarsi che è un'onda con una fisiologia precisa, che sale e scende da sola. Suona poco, ma sapere che cosa sta succedendo cambia radicalmente l'esperienza.
Il lavoro vero però si fa dopo, fuori dall'emergenza: è lì che si interrompe il ciclo. In un percorso psicologico si lavora sulla catena che porta all'attacco, sulla lettura catastrofica dei segnali corporei, sugli evitamenti che nel frattempo si sono accumulati, e con un allenamento sistematico della regolazione respiratoria e corporea — coerente con il nostro approccio integrato, in cui la fisiologia non è un dettaglio ma metà del lavoro. E se dietro il panico c'è un carico di vita che spinge da tempo, si guarda anche quello.
Gli attacchi hanno iniziato a restringerti la vita?
Il disturbo di panico risponde bene al trattamento: prima si interviene, meno evitamenti c'è da smontare. Scrivici: ti risponderemo al più presto, in totale riservatezza.
